Dalle patatine alle stelle

la confezione di una Diana d’epoca

 

E’ stata il desiderio segreto di un’intera generazione di ragazzi. La si poteva trovare nelle ultime pagine dell’Intrepido, de Il Monello, di Diabolik; offerta dalla ditta Same, da Govyi Import, dalla Organizzazione Bagnini con sede in piazza di Spagna a Roma. Era offerta insieme alle pomate per muscoli, alla rivoltella De Luxe, agli occhiali a Raggi X  per vedere sotto le gonne e alle misteriose Scimmie di Mare. Per un periodo di tempo era anche uno degli ambiti premi di un concorso di una famosa marca di patatine fritte. La Diana Camera è stata per molti il primo approccio con la fotografia. Costruita interamente in plastica da una fabbrica di Honk Kong, aveva poche semplici funzioni costruite attorno ad un’ottica improbabile. Era dotata anche di un flash che si inseriva sul corpo macchina mediante un semplice innesto a banana. Forse questo era l’oggetto che più colpiva la fantasia di noi adolescenti. Era abbastanza grande e alloggiava lampade flash monouso, come tutte le macchine prima dell’avvento del lampeggiatore elettronico. Ne furono prodotte tantissime e queste generarono anche migliaia di modelli cloni. Utilizzava una pellicola a rullo di grande formato e si poteva intravedere il numero degli scatti guardando attraverso una finestralla sul dorso.  Nella seconda metà degli anni Settanta ne fu terminata la produzione. Oggi la Lomographic Society Italia  ne ha curato la sua nuova immissione sul mercato.  Aggiornata lievemente,  un piccolo flash elettronico ha preso il posto delle oramai irreperibili lampadine, ricalca fedelmente l’oggetto da cui discende. Questo gruppo ha riesumato anche altri “cadaveri fotografici”  che utilizza in una sorta di creatività codificata. Chi volesse comprarla può ordinarla  nella sezione shop del sito, il modello con flash costa 80 euro.  Se non ricordo male, l’originale,  costava intorno alle cinquemila lire . Un bel balzo in avanti, non c’è che dire. Sicuramente avrà successo commerciale, per ragioni più legate all’oggetto, che alla presunta creatività. Tutti o quasi  i risultati ottenibili, si possono avere con una qualsiasi fotocamera digitale, magari intervendo in post produzione.  Ma fa sicuramente più chic o culturalmente  impegnato, ottenerlo con un clone di un reperto di archeologia fotografica. E magari si rimorchia anche… 

 

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~ di raw82 su giugno 2, 2008.

2 Risposte to “Dalle patatine alle stelle”

  1. Per lavoro (si per lavoro) utilizzo la nuova Diana F+ da alcuni mesi, e prima di lei ho usato la Holga, La Lomo lca+, la Oktomat la Lomo Fisheye….e tanti altri coloratissimi “cadaveri fotografici”, si tratta di “attrezzi” molto particolari, a volte non facilissimi da gestire, che però a mio parere offrono durante l’utilizzo, non poche possibilità creative e di sperimentazione.
    Ad esempio la nuova Diana F+ grazie ai suoi “lievi aggiornamenti” consente di impostare la posa B, di rimuovere l’obiettivo sostituendolo con uno “autocostruito” o addirittura, di non utilizzarlo proprio e di scattare immagini grazie ad un foro stenopeico incorporato, dando così a grandi e piccini la possibilità di sperimentare in maniera molto semplice quelle che sono le basi della fotografia, imparando e …. sorprendendosi dei risultati. Si perchè per fortuna non sempre è indispensabile essere “certi” di ciò che accadrà, non tutti vivono la propria avventura fotografica in attesa della “post produzione”, un sacco di gente piuttosto continua a divertirsi “sorprendendosi”.
    Tanto più che andando in giro con quel simpatico giocattolo nero e verdolino, oltre a produrre “creatività codificata” effettivamente si rimorchia anche…e il che non è certo sgradevole!
    Sinceramente, a giudicare dal tono della “presunta recensione” che ho appena letto sembrerebbe quasi come se, la “tanto desiderata” macchinetta, tu non fossi mai riuscito a trovarla nelle tue patatine!
    Comunque concordo appieno, è vero…tutti i risultati ottenibili con la Diana si possono avere con una qualsiasi fotocamera digitale, ma in effetti anche per vedere la Gioconda non è indispensabile andare al Louvre, basta ammirarne una bella stampa digitale a grandezza naturale…è uguale no?

  2. E’ vero, non ho mai trovato la Diana nel mio pacchetto di patatine, ma ne ho avuto tra le mani un esemplare in età più matura. Forse questo mi ha tolto la poesia dell’incontro. Sono totalmente daccordo con te riguardo la “sorpresa”, molte volte disinserisco il display della mia fotocamera, scatto come si faceva prima dell’avvento del digitale e cerco di evitare interventi in PP. Quindi ben venga la sperimentazione, ma questa a mio parere non deve essere “codificata”, cioè non deve essere legata ad un “oggetto feticcio” che poi diventa moda. E soprattutto non deve essere esibita, e questo non è sicuramente il tuo caso, come una sorta di superiorità intellettuale.

    Salvo Veneziano è un ottimo fotografo presente sulla scena italiana con molteplici attività. Ha un bel sito web http://www.salvoveneziano.com che vi invito a visionare. Trova anche il tempo per fornire la sua preziosa collaborazione a “Il Fotografo” Sprea editrice. In questo ultimo numero ha pubblicato un articolo proprio sulla Diana che gli ha dato lo spunto per questo suo gradito intervento su questo modesto blog.

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