Fotografia, tra cassiere e divieti

Da quando esistono le nuove norme realitive alla privacy, diventa sempre più difficile lavorare. Come già ho detto altre volte, è cambiato l’approccio delle persone nei confronti di chi fotografa. Prima tutti erano contenti di essre fotografati,  ora  quasi sempre ti chiedono chi sei e quanto gli dai. Quando non ti minacciano apertamente.  Con le attuali leggi cretine, il 90 per cento delle grandi foto di reportage non sarebbero potute esistere. Riguardo le fotografie, poi, si sta scatenando una vera e propria guerra senza esclusioni di colpi e di ragionamenti al limite dell’idiozia. Il mio amico Tuttoquà è stato protagonista di un evento del genere che potrete leggere qui e ha giustamente protestato.  Tuttoquà, non è un fotografo, ma è impegnato ad alti livelli nelle telecomunicazioni ma si è sentito in dovere, prima con mezzi civili e poi passando a modi più “incisivi”  a rimarcare un comportamento “anomalo”.  Comportamenti arbitrari che purtroppo si ripetono sempre più spesso. E a farci le spese sono tutti, comuni cittadini e coloro che per lavoro devono documentare  le cose che li circondano.  Sul finire degli anni Ottanta mentre ero impegnato a documentare una protesta dei cittadini arrabbiati dopo il quarto giorno di rubinetti a secco. Fu effettuata una carica calcando un pò troppo la mano, e io prontamente fotografai . Dopo alcuni minuti   fui circondato da tre tutori dell’ordine in assetto antisommossa, e invitato a consegnare il rullino.  Al mio rifiuto e dopo essermi qualificato, uno dei “capi” mi sequestrò  il tesserino lasciandomi sempre circondato dai tre, mentre io tenevo la macchina fotografica stretta era le due mani.  Fortunatamente uno dei manifestanti mi chiese se poteva fare qualcosa per me, gli dissi di chiamare la redazione del giornale e di avvisare del fatto. Dopo un buon quarto d’ora arrivò  un’altro dei funzionari delle forze dell’ordine, che oltretutto mi conosceva bene, chiedendomi il rullino e affermando che io non potessi fotografare quelle scene.  Tutto finì bene, io non consegnai il rullino e le foto campeggiarono in bella evidenza sul quotidiano per cui lavoravo.  Seppi poi che uno dei miei capi aveva telefonato al Questore che aveva strigliato per bene il suo sottoposto.  Oggi con queste nuove regole sulla privacy, oltretutto infrante ogni mezzo secondo dalle onnipresenti telecamere a circuitochiuso, lavorare diventa sempre più difficile se non impossibile. E’ questa una delle sfide maggiori che l’ordine dei giornalisti e le associazioni di categoria devono raccogliere e portare avanti, per la libera circolazione delle notizie e per una vera libertà di stampa.

 

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~ di raw82 su novembre 14, 2009.

Una Risposta to “Fotografia, tra cassiere e divieti”

  1. In effetti e’ cosi’ Mimmo. Anzi, credo che questa idiosincrasia nei confronti dell’essere ripresi o fotografati derivi dal fatto che, oggi piu’ di ieri, la gente abbia molto piu’ da nascondere di quanto non avessero i nostri nonni. Sara’ che il Mondo e la vita sono diventati piu’ difficili e complicati, ma e’ chiaro che a molti infastidisce l’idea di andare a finire su un giornale, su un blog oppure su facebook. Magari non c’e’ una ragione precisa, e’ solo un meccanismo istintivo che ci spinge a combattere contro chi si appropria di qualcosa di nostro, come la nostra immagine. E se lo fa quando stiamo facendo qualcosa di illecito o di stupido, allora il nostro istinto di conservazione interviene con determinazione. I casi limite poi sono proprio quelli descritti da te, dove chi dovrebbe dare l’esempio e dovrebbe comportarsi secondo certe regole non lo fa, e viene colto in flagrante.

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