il gambero della Leica

•settembre 18, 2014 • Lascia un commento

LEICA-M-Edition-60-Typ-240-Baseline_teaser-1200x800Una delle caratteristiche del sistema digitale è la possibilità di vedere la “fotografia”  pochi secondi appena dopo aver scattato. Una performance che di fatto ha decretato la fine del sistema Polaroid, per anni regina incontrastata della fotografia immediata. Suona come una marcia indietro, quindi, la nuova crezione di casa Leica che ha presentato alla Photokina la M edition 60, la cui caratteristica principale è quella di non avere il consueto visore lcd sul dorso. Al posto dello schermo c’è una ghiera per impostare la sensibilità. Secondo i creatori il fotografo sarebbe distratto dalla visione immediata e per questo motivo lo hanno eliminato parlando di ritorno a uno scatto ponderato e non influenzato. Non è facile prevedere come il mercato accoglierà la M edition 60, considerato anche che i prodotti della casa tedesca costituiscono da sempre uno status symbol e alimentano anche un grosso mercato di collezionismo. Il costruttore ha dichiarato che questa fotocamera verrà prodotta in una serie limitata, ponendo le basi per un futuro in ambito collezionistico. Quello che è sicuro, è che questo prodotto rappresenta un’involuzione tecnologica, il progresso che torna indietro come se fosse un gambero.

Mimmo Torrese

Il vero costo della fotografia

•settembre 13, 2014 • Lascia un commento

f-KEN_3893-950

Sempre più spesso sui social network si assiste a una completa mistificazione del lavoro del fotografo. Spesso si ci sofferma sulla presunta economicità del lavoro fatto in digitale, rispetto a quello fatto con la pellicola ritenuto più costoso. Non c’è niente di più falso. Proviamo a vedere perchè. Quando esisteva solo la pellicola, un fotografo per poter lavorare si doveva ovviamente munire di una macchina fotografica e di alcuni obiettivi. Sia essa un medio formato o una reflex 35 millimetri. Una buona macchina si aggirava tra il milione di lire e il milione e mezzo. Volendo risparmiare si poteva anche ricorrere ai modelli professionali di fascia bassa. Macchine praticamente eterne (io stesso ne ho ancora qualcuna ancora perfettamente funzionante) e lo stesso poteva dirsi delle ottiche. Completava l’attrezzatura, un buon treppiede, un flash e un’esposimetro esterno soprattutto per chi usava il medio formato. L’elemento principe era la pellicola, che nel caso della negativa colore bisognava mandare in laboratorio. Una volta scattato, si ritirava solo il rullo sviluppato e guardandolo al lentino si decideva quale fotogramma poi stampare. Alcuni usavano fare i provini. Per chi usava la pellicola invertibile era più semplice perchè i fotogrammi erano “finiti”. Da quando si è diffuso il sistema digitale, bisogna sempre procurarsi una macchina fotografica, ma le variabili sono aumentate. Scartando a priori il medio formato (una Hasselblad di questo tipo costa in kit base intorno ai 30 mila euro) esaminiamo il sistema reflex. Il fotografo può scegliere tra formato “ridotto” e formato full frame. Mediamente una ammiraglia costa solo corpo intorno ai cinquemila euro, intorno ai tremila invece una professionale di fascia bassa. Prezzi rilevanti a cui bisogna aggiungere il fatto che queste attrezzature diventano obsolete molto presto. Mediamente ogni cinque anni bisogna comprare una nuova reflex. Le ottiche, invece, riescono a durare di più, ma per la complessità dei meccanismi e per i nuovi materiali impegati sono più soggetti alle rotture. A questo bisogna aggiungere un flash dedicato, mediamente più costoso di quelli “universali”. Purtroppo le case produttrici si apparecchiature fotografiche si rincorrono a colpi di ultimo modelli. Una volta si conosceva a memoria le caratteristiche delle reflex perchè venivano vendute per decenni; oggi non si riesce nemmeno a ricordare una sigla che già è uscito un nuovo modello. Per immagazzinare le immagini, le macchine fotografiche usano le schede di memoria, anche esse divenute costose. Per lavorare i files ( già perchè le macchine professionali non danno un le “foto” già fatte, ma hanno bisogno di ore di lavorazione con sistemi di foto editing) c’è bisogno di computer che segue purtroppo le sorti delle reflex, diventando obsoleto praticamente dopo un cinque anni. Inutile dire che non è possibile usare modelli basic perchè c’è bisogno di un processore potente e di ram a sufficienza. A questo bisogna aggiungere i sistemi di achiviazione che sono passati dai megabyte ai terabyte e che incidono notevolmente nella spesa annuale. Tirando le somme si può vedere che la economicità del sistema digitale è soltanto nella mente di chi fa chiacchiere al bar.

Mimmo Torrese

Save Su Palatu

•dicembre 27, 2011 • 1 commento

Ancora un ulteriore colpo alla diffusione della fotografia d’autore in Italia.  Il sindaco di Villanova Monteleone ha deciso di non rinnovare la convenzione di utilizzo del sito di Su Palatu , un faro di cultura fotografica e un’eccellenza  in una regione, la sardegna, famosa più che per le sue bellezze naturali che per i suoi giacimenti culturali. Il grido di allarme è stato lanciato dai responsabili della struttura che in  dieci anni hanno  “costruito”  mostre, incontri, iniziative che hanno travalicato gli angusti confini italiani.  Anche Sandro Iovine,  direttore della rivista Il Fotografo ha veicolato la notizia. Ora su sollecitazione di molti si è deciso di inoltrare una mail all’amministrazione comunale di Villanova Monteleone chiedendo di recedere dai propri propositi. Ch volesse aderire, e vi prego di farlo, può andare sul blog di sandro e inviare la mail di protesta.

http://sandroiovine.blogspot.com/2011/12/salviamo-su-palatu-scrivendo-al-sindaco.html

Vita, tecnologia e giornalismo

•giugno 12, 2011 • Lascia un commento

 

 

 

 

 

 

 

Lo guardo e non ci credo. Sto vedendo la tv sul mio cellulare, l’annunciatrice sta snocciolandomi le ultime notizie in tempo reale e io non posso fare a meno di ricordare.

Il mio primo articolo dall’assurdo titolo “Quando cade il bambino” e che trattava di un convegno sugli incidenti domestici è apparso nel mese di marzo del 1985 nelle pagine locali del quotidiano “Il Mattino”, allora il più letto del mezzogiorno d’Italia. E’ stato il primo e l’ultimo ad essere firmato Domenico Torrese, da allora in poi preferii il più semplice diminutivo Mimmo. Le parole furono scritte con i martelletti malfermi di una Olivetti Lettera 22 prestatami da un amico e inoltrata al giornale tramite un rituale telefonico di altri tempi. Bisognava telefonare al 10, e chiedere alla signorina una “Erre” per il Mattino di Napoli, in genere dopo un quarto d’ora si veniva richiamati e indirizzati ai “dimafoni” dove un signore dalla voce roca ti dava il via per dettare il pezzo. Dischi raccoglievano le parole e dopo toccava a uno di loro tramutare le parole udite in scritto da mandare su in redazione. Spesso venivi richiamato nel caso in cui il disco finiva anzitempo, oppure se la voce era arrivata distorta o sovrapposta a quella di qualche altra conversazione, difetto tipico delle comunicazioni attraverso centrali telefoniche elettromeccaniche. Pochi anni prima, i pezzi venivano ancora inviati con le buste “fuori sacco” tramite le Poste. Dopo appena un mese comprai la Olivetti Lettera 35. Con il passaggio al quotidiano Roma in casa mia arriva il personal Fax, oggetto di curiosità da parte degli amici che venivano a trovarmi. Dopo alcuni mesi fa comparsa il mio primo pc portatile, il Toshiba T1000, costo allucinante, piccolo schermo a lcd monocromatico assenza di hard disk, ma con un lettore di floppy disk di 144 mb. A stampare i files scritti con Easy Writer, il primo programma di videoscrittura della IBM, provvedeva una stampante Epson ad aghi. Pochi anni prima ero stato invitato ad entrare in redazione a Il Timone-TgCooper, che era un quindicinale stampato a rotativa, e che veniva editato almeno per i testi in maniera elettronica. Un Olivetti 8088, con schermo a fosfori gialli, era l’orgoglio della redazione. I pezzi registrati su grandi e delicatissimi floppy disk, erano accompagnati da un classico menabò di carta. Bellissimi e avveneristici per l’epoca, erano i pc Apple in bella mostra nella redazione di Enne, una breve e sfortunata iniziativa editoriale del Pci napoletano. Durante il periodo in cui facevo cronaca, la ricerca per strada di un telefono per chiamare in redazione, era uno degli scogli da superare. Sul finire degli anni Ottanta mi capitò di usare un telefono portabile, come si chiamavano allora. Alloggiato all’interno di una valigetta tipo 24 ore, veniva in genere noleggiato ed era molto pesante e di difficile utilizzo. Durante la tragedia del Moby Price invidiai ammirato Maurizio Cerino che aveva un grande Motorola aziendale che usava per telefonare. Oggi parlo e lavoro tranquillamente con colleghi dall’altra parte del mondo in tempo reale, e anche in maniera gratuita, e per i pezzi basta un click per spedirli in ogni parte del globo. Lo stesso dicasi per le foto. Già le foto, venti anni fa non era così, ma magari ne riparliamo un’altra volta.


Flickr, La Repubblica e la Banda Bassotti

•dicembre 23, 2010 • Lascia un commento

Questa è la lettera che l’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti ha suggerito di inviare a La Repubblica, dopo che il desk ha utilizzato delle foto pubblicate su flirck, senza chiedere e corrispondere i diritti per l’uso di queste immagini.

Gruppo Editoriale L’Espresso – La Repubblica

Alla cortese attenzione del dottor

Stefano Mignanego – direttore Centrale Relazioni esterne

dr.ssa Franca Prest – ufficio stampa

dr. Andrea Galdi – coordinatore visual desk la Repubblica

via Cristoforo Colombo 149

00147 ROMA

E per conoscenza:

Giuseppe Smorto – condirettore la Repubblica

Massimo Razzi – vicedirettore la Repubblica

Angelo Melone – caporedattore centrale

23 dicembre 2010

Egregi,

sono un fotografo professionista, il che significa che dedico la mia vita, con professionalità, alla fotografia, e questo rappresenta il mio lavoro.

Come certamente sapete, sul vostro blog

http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it

a titolo “L’insostenibile leggerezza del pixel” il giorno 21 dicembre è stato pubblicato un post che ha generato una vivissima discussione.

La tesi sostenuta (certo, da un singolo giornalista, ma apparentemente supportata – nei fatti – dalla linea editoriale della testata) descrive in toni positivi la sostanziale fruizione delle immagini trovate in Rete, in nome di una fraintesa condivisione, in pratica ignorando:

1) Quale sia la volontà dell’autore delle immagini, quand’anche questa volontà fosse stata apertamente dichiarata (nel caso specifico, delle immagini erano stati indicati i diritti riservati);

2) Quale sia la natura dell’utilizzo che viene fatto di queste immagini (nel caso specifico, le immagini – in parte modificate e alterate – sono state utilizzate da un Gruppo Editoriale che fa del business anche grazie all’immagine.

Il fulcro della questione è semplice, a nostro avviso articolato in due aspetti:

a) Riutilizzare, diffondere, condividere immagini e contenuti volontariamente posti a disposizione è la chiave di una nuova stupenda rivoluzione culturale, che ha sovvertito e sovvertirà il torpore di chi non vuole accorgersi della dirompente novità introdotta dalla rete. Significa condividere la conoscenza, e questo arricchisce tutti.

b) Invece, “condividere” per decisione unilaterale e traendone un vantaggio economico, da parte di soggetti che usano la Rete per attività economiche, attingendo contenuti da chi li ha resi – sì – visibili, ma con l’esplicita intenzione di non renderli disponibili, significa semplicemente rubare il frutto del lavoro altrui, confondendo le carte in tavola.

Questo non significa “condividere”: è una prepotenza, ingiusta, irrispettosa, arrogante.

Ed è illegale.

La linea editoriale seguita da la Repubblica in questo – come in altri – frangenti a mio avviso è stata in tal senso piuttosto discutibile.

Nessuna demonizzazione quindi del processo della liberalizzazione e della condivisione in Rete. Le cose sono cambiate, grazie ad internet, a vantaggio dell’umanità.

Tuttavia, nemmeno mancanza di comprensione e rispetto per il lavoro altrui.

Come fotografo professionista, come membro dell’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti – TAU Visual, ma soprattutto come persona, come lettore e come autore, vi chiedo di riconsiderare le posizioni della Testata e del Gruppo Editoriale. Certo che dimostrerete, nei fatti, il rispetto per il lavoro altrui, colgo l’occasione per salutarvi con cordialita’.

Grazie!

La morte di Pino Settanni

•dicembre 4, 2010 • Lascia un commento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci incontrammo in qualche manifestazione di fotografia nei primi anni Novanta, non ricordo più nemmeno quale. Mi colpirono i suoi capelli e la foga che metteva quando parlava del suo mestiere. Figlio del Sud, era nato a Grottaglie, era emigrato a Roma dopo una breve parentesi milanese. Nel suo studio sono passati tanti personaggi famosi, che ne decretarono il successo. Famosi i suoi ritratti su fondo nero. Quando ci conoscemmo aveva da poco pubblicato il calendario di una nota azienda italiana di ciclomotori.  Immagini veramente belle, che mi inviò in copia per un articolo che feci per il settimanale a colori che faceva il quotidiano Il Mattino. Penso di avere ancora queste dia conservate in qualche scatolone. Qualche mese addietro mi proposero un lavoro fotografico proprio a Grottaglie, poi come spesso succede, non se ne fece niente. Grottaglie, pensai, il paese di Pino Settanni. Oggi dopo una lunga assenza apro  un giornale di categoria e leggo un ricordo del fotografo pugliese. Se ne andato, troppo presto, per un male incurabile ai primi di Settembre. Ora il mondo della fotografia italiana è un pò più solo.

Così muore un sindaco italiano

•settembre 8, 2010 • Lascia un commento

Lo chiamavano il  “sindaco sceriffo” , oppure il “sindaco pescatore” ricordando il suo lavoro fuori dalle istituzioni. Ma Angelo Vassallo, sindaco di Pollica il comune cilentano che ha nella frazione Acciaroli una delle più belle coste marine d’italia, era semplicemente chiamato dai suoi concittadini il sindaco.  E lo era stato  in maniera quasi ininterrotta da un quindicennio. Militante ecologista, aderì al partito dei Verdi, per approdare poi in quello Democratico, ma le scorse elezioni amministrative si era presentato alla testa di una lista civica e aveva ancora una volta vinto le elezioni. Perché Angelo Vassallo era uno che pensava con la sua testa, a cui stava stretta la burocrazia vigente nei partiti tradizionali. Un mesetto fà aveva plaudito al piglio decisionista della Lega, lamentando nel contempo la politica ingessata del suo partito. Agli inizi degli anni Novanta, Acciaroli, era praticamente ferma agli anni Sessanta. Strade senza illuminazione, pavimentazione dissestata e vetusta, patrimonio edilizio in pessimo stato di conservazione, strutture alberghiere non certamente all’altezza.  Eletto sindaco Angelo Vassallo traghettò il suo paese nel secondo millennio, facendo riqualificazione urbanistica, illuminando, innovando. Una vecchia abitante della frazione di Acciaroli mi ha ricordato che grazie al sindaco l’acqua potabile divenne un bene reale e fruibile, facendo sbiadire il ricordo di estati assolate  con i rubinetti a secco. Fu uno dei principali fautori del parco nazionale del Cilento e del vallo di Diano, fu il precursore della raccolta differenziata, si mosse in maniera ecosostenibile  tanto da far assegnare al suo territorio la Bandiera  Blu. Con lei i media nazionali e internazionali si iniziano a interessare a questo gioiello del Tirreno. Si susseguono dirette e servizi che portano un numero maggiore di persone a soggiornare durante il periodo estivo. E poi le grandi opere pubbliche, primo fra tutti il porto turistico, che secondo gli amministratori dovevano colmare il gap di posti barca e grazie al collegamento veloce di aliscafi anche quello della comunicazione con il capoluogo. Purtroppo però, iniziano anche i problemi. Sovraffollamento, presenza di elementi malavitosi, circolazione di sostanze stupefacenti. La “piazza” di Acciaroli diventa appetibile alla criminalità organizzata e agli imprenditori e politici che flirtano con essa. Ma iniziano anche i malumori di una parte di cittadini che vogliono entrare nel business delle vacanze e  per fare questo sono disposti a calpestare più di una regola. Probabilmente il sindaco sceriffo pensava di poter risolvere tutto da solo, e con questo ha forse firmato la sua condanna a morte. Il sindaco pescatore ha concluso la sua esperienza amministrativa in un buio viottolo che conduceva alla sua casa. Nove colpi calibro nove hanno messo fine a un sogno di un’oasi felice.

 
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.